Le Tavole di San Giuseppe

Il 19 marzo ricorre la festa di San Giuseppe. In alcuni paesi del Salento è ancora in vigore la tradizione di apparecchiare ricche tavolate per particolare devozione verso il Santo per grazie ricevute o per chiederle. Nell’iconografia popolare, San Giuseppe è un Santo dotato di autorevolezza, protettore della famiglia, giusto, generoso, protettore dei viandanti e degli esuli.

Origini

Come spesso avviene, le origini sono da ricercarsi nelle feste pagane del risveglio della natura a primavera, nel mito greco di Demetra e Kore. La tradizione dell’offerta di cibo era attiva presso i Monaci Basiliani, particolarmente presenti nel nostro territorio dal 726 d.C, quando Leone III, imperatore bizantino di Costantinopoli emanò un Editto, col quale ordinò la distruzione delle immagini sacre (=lotta iconoclasta).

In seguito a ciò, molti monaci furono uccisi e alcuni si rifugiarono nel Salento. I Basiliani erano dediti, tra l’altro, alle opere di carità verso i poveri, che abitavano intorno ai monasteri. Ad essi offrivano la loro protezione e cibo caldo, soprattutto in un periodo in cui, finito l’inverno, le provviste si esaurivano.

In tempi più recenti, i ricchi proprietari terrieri (= li patruni) radunavano i contadini poveri e offrivano loro un pasto, dedicandolo a San Giuseppe, perché potesse concedere la grazia di un ricco raccolto.

Come si apparecchia la tavola

È una tavola molto lunga, coperta da una tovaglia bianca, adorna di fiori e di lumini. In mezzo è presente un grande quadro di San Giuseppe o della Sacra famiglia e dei grossi pani a ciambella con al centro un’arancia e un finocchio. Intorno numerose pietanze tipiche.

Le pietanze

I preparativi cominciano nei primi giorni di marzo. Le pietanze fondamentali sono: lasagnette e cavoli o ceci, verdura lessa, pesce fritto, stoccafisso in umido, rape “nfucate”, lampascioni all’aceto, cavolfiori in pastella, carteddhrate e purceddhruzzi col miele, vino rosso e olio.

La Massa

Il nome ” massa” si riferisce alle lasagnette lunghe e strette, ritagliate da una sfoglia di pasta fresca impastata a mano. Erano asciugate al sole sui “cannizzi” (=graticci fatti di canne legate l’una all’altra) e cotte insieme a ceci, cavoli, peperoncino, cannella e chiodi di garofalo.

Se il piatto è realizzato soltanto con lasagnette (metà cotte in acqua e metà fritte in olio d’oliva) e ceci prende il nome di “ciceri e tria”. Il termine “tria” è di origine araba (=itriya) e indica la pasta fritta.

Significato simbolico dei cibi

– ciceri e tria, per il colore bianco e giallo, rappresenta il narciso, il fiore che segna la fine dell’inverno;

-lampascioni, cipollette selvatiche dal sapore amarognolo, rappresentano il passaggio dall’inverno alla primavera per lo splendore violaceo dei loro fiori (dal greco: lampas, lampados= luce);

– il cavolfiore ricorda il bastone in fiore di San Giuseppe;

– il pesce rappresenta Cristo;

– le carteddhrate rappresentano le fasce di Gesù bambino;

– il vino rosso è il sangue di Cristo.

Gli invitati

Chi decide di allestire la tavola invita amici, parenti, vicini di casa, perché siano rappresentazione dei “Santi” (apostoli o altri Santi), sempre di numero dispari, in genere, da tre a tredici. Essi non devono ” ncammerare”, cioè non possono consumare carne, formaggi e uova, perché è periodo di Quaresima. A mezzogiorno comincia il rituale. I personaggi principali rappresentano la Sacra Famiglia. A capo tavola c’è San Giuseppe, il cui posto è indicato da un bastone con in cima un fascio di fiori. Quando San Giuseppe batte un colpo di bastone sul pavimento, i convitati cominciano ad assaggiare i vari cibi. Di tanto in tanto, il Santo fa tintinnare la forchetta sull’orlo del piatto, allora, tutti devono fare una pausa e recitare una preghiera o una nenia. Al termine del pranzo, ogni invitato riceve in dono il cibo rimasto: olio, vino, farina, ceci, pane, da distribuire ai poveri.

In questi ultimi anni, alcuni paesi offrono la possibilità ai turisti di assaggiare le varie pietanze in case private o allestendo lunghe tavolate in piazza.

Paesi in provincia di Lecce in cui si organizzano le Tavole

Giurdignano, Poggiardo, Uggiano la Chiesa, Cervignano, Cocumola, Minervino di Lecce, Casamassella e Otranto.

Il rito delle Tavole di San Giuseppe rappresenta il riproporsi di una tradizione semplice, ingenua e autentica di un popolo, che, vessato dal duro lavoro dei campi, trasfonde nei rituali sacri regole e valori della vita quotidiana.

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